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Zwangsarbeit in Gelsenkirchen - Italienische Militärinternierte (IMI)

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Amedeo Mentrelli, lavoratore forzato a Gelsenkirchen

Amedeo Mentrelli 1941 in Messolungi, Griechenland.Amedeo Mentrelli a Messolungi (Grecia), nel 1941, dove era militare nell'11. Reggimento di Fanteria "Casale", III. Battaglione, 9. Compagnia

Amedeo Mentrelli nacque il 27 giugno 1911 a Vigarano Mainarda, presso Ferrara, in Italia. L'8 settembre 1943 diventò prigioniero tedesco a Missolungi, in Grecia. I soldati italiani che si rifiutarono di continuare a combattere dalla parte dei fascisti furono deportati per svolgere lavori forzati nell'economia di guerra a Gelsenkirchen.

Con l'avvicinarsi del fronte, poco prima della Pasqua del 1945, anche i detenuti dei campi di lavoro forzato delle Officine Orange (Werk Orange) furono “evacuati”, il 30 marzo 1945, in direzione Est. Dopo pochi chilometri, Amedeo Mentrelli riuscì a fuggire assieme ai suoi compagni; il 7 aprile furono infine liberati definitivamente dalle truppe americane. Nell'agosto del 1945 tornò a casa.

Amedeo Mentrelli morì a Ferrara il 25 agosto 1946, a seguito della denutrizione di cui fu vittima durante la prigionia tedesca.

Stalag VI F, Bocholt

Amedeo Mentrellis Erkennungsmarke aus dem Stalag VI F, BocholtCartellino identificativo di Amedeo Mentrelli nello Stalag VI F, Bocholt, detenuto No. 62110

La Wehrmacht indicava con il termine “Stalag” i campi per i prigionieri di guerra, ovvero i campi per i sottoufficiali e le squadre di lavoro. Uno Stalag costituiva una sorta di campo base che spesso contava fino a 300 campi di lavoro (Arbeitslager) e squadre di lavoro (Arbeitskommandos), in parte collocati lontani gli uni dagli altri [1]. L’assegnazione dei prigionieri ai vari campi secondari (sotto-campi) avveniva in seguito alla consultazione diretta con gli uffici di collocamento, che disponevano delle richieste da parte delle aziende per lavoratori forzati.

I campi principali erano numerati in base ai distretti militari di appartenenza e alla sequenza con cui venivano istituiti. Lo Stalag VI F era pertanto il campo "F" nel distretto militare VI (Münster). Nel settembre del 1943, Amedeo Mentrelli fu internato dapprima nello Stalag VI F a Bocholt; successivamente, assieme a molti altri, fu trasferito in un campo di lavoro di Gelsenkirchen. Gli internati militari italiani (IMI) furono distribuiti in vari sotto-campi e unità nella città di Gelsenkirchen. Dal punto di vista amministrativo, la sezione di Gelsenkirchen e il campo principale di Bochholt formavano una unica unità. Amedeo Mentrelli fu dapprima impiegato nella squadra di lavoro 1309 I (Gelsenberg Benzin AG, Gelsenkirchen-Horst, Am Kanal). Successivamente, dovette svolgere servizio per altri 18 mesi nella squadra di lavoro 1326, presso l'Officina Orange (Werk Orange, Dortmunder Union Brückenbau AG; Impresa costruttrice di ponti).

→ Altre foto e documenti lasciati da Amedeo Mentrelli

Gli Internati Militari Italiani (IMI)

“Internati militari italiani” (IMI, Italienischer Militärinternierte) era il termine con il quale venivano indicati i soldati italiani che tra settembre e novembre 1943, dopo la conclusione dell'armistizio fra l'Italia e gli Alleati, furono arrestati e disarmati dalle truppe tedesche. Grazie all'introduzione di questa nuova terminologia, le modalità con cui la Wehrmacht poteva trattare i prigionieri era a sua completa discrezione. L'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa fu di fatto impedito, dato che gli internati militari italiani non erano ufficialmente prigionieri di guerra.

Letzter Urlaub 1943, Amedeo Mentrelli mit Frau vor dem Bahnhof in ForliAmedeo e Lidia Mentrelli, durante l'ultimo periodo in patria di Amedeo, prima di cadere in prigionia della Wehrmacht, nel 1943 (fotografia scattata il 2 marzo 1943 nel piazzale antistante la stazione ferroviaria di Forlì)

In seguito al rovesciamento del dittatore fascista Mussolini, nel luglio 1943, il nuovo governo italiano sotto la guida del maresciallo Badoglio stipulò, l'8 Settembre 1943, un armistizio con gli Alleati, annullando dunque l'alleanza con la Germania. Successivamente, la Wehrmacht catturò tutti i soldati italiani.

La Wehrmacht aveva inizialmente previsto di trattare questi soldati come prigionieri di guerra, in base alle disposizioni della Convenzione internazionale dell'Aja, tuttavia in seguito ad un ordine di Hitler del 20 Settembre 1943, fu creato il nuovo status di “internati militari”. Questo status servì a negare agli ex soldati alleati lo status di prigionieri di guerra, aggirando pertanto le direttive della terza Convenzione di Ginevra del 1929 che avrebbero garantito ai soldati italiani il trattamento previsto per i prigionieri di guerra. La Germania trattò dunque gli internati militari come bottino di guerra. Circa 600.000 internati militari furono deportati nei campi nel Reich tedesco e nei territori occupati, e qui costretti al lavoro forzato.

In una scala delle discriminazioni politiche e razziali dei nazisti, gli ex-alleati si trovarono improvvisamente molto in basso; il popolo tedesco li apostrofava, fra l'altro, usando termini quali “traditori", “Itaker” e "Badogliani". Ai tedeschi mancò ogni comprensione per il fatto che gli italiani potessero avere gli stessi diritti di prigionieri di guerra come tutti gli altri soldati. Agli occhi della popolazione e delle guardie, gli italiani erano “traditori che non meritavano alcuna pietà”; gli IMI subirono da parte tedesca il “rifiuto glaciale e il disprezzo”. Già nei campi principali, gli IMI venivano umiliati in ogni modo possibile. Di conseguenza, la cosa proseguì anche nelle fabbriche dove erano impiegati come forza lavoro. Anche qui gli IMI erano vittime di brutali aggressioni e di maltrattamenti da parte delle guardie [2], dei capisquadra e anche da parte della popolazione. Alla fine del 1943, il servizio di sicurezza delle SS sintetizzò così l'opinione popolare: "Un trattamento umano e sensibile non viene compreso da parte della popolazione tedesca, e dunque respinto."

Gli internati militari italiani erano soggetti ad un crudele sfruttamento del loro lavoro, a privazione di cibo e a mancanze di cure mediche; talvolta subivano trattamenti addirittura peggiori di quelli riservati ai prigionieri di guerra sovietici. Le condizioni di vita nelle baracche dei campi erano disumane: fame, lavoro forzato, malattie e bombardamenti costarono decine di migliaia di vite. L'industria delle armi, comunque, trasse beneficio da questa nuova fonte di manodopera.

Rettifica di status

Mussolini tentò in diversi modi di adoperarsi a favore degli internati militari. Il fatto che più di mezzo milione di italiani fossero nei campi tedeschi, in terribili condizioni di lavoro forzato, contribuì a rendere la sua Repubblica di Salò non credibile, dato che ufficialmente salvaguardava l'alleanza tedesco-italiana. Hitler infine accettò, durante una riunione dei due dittatori, il 20 Luglio 1944, giorno dell'assassinio di Stauffenberg, una “rettifica di status”.

Amedeo Mentrelli in Rodi, Italien, 1932Amedeo Mentrelli a Rodi, 1932

Nell'estate/autunno 1944, la rettifica di status venne ufficializzata e gli IMI passarono ad un rapporto di "lavoro civile" [3]. Tuttavia, essi furono trattenuti e costretti al “servizio obbligatorio dalla Wehrmacht" [4]. Gli Uffici per il lavoro e la Gestapo presero a carico il loro ulteriore “trattamento”. Per i singoli individui nelle aziende, l'intera faccenda del cambiamento di status fu alla fine solo una presa in giro; vivevano comunque come lavoratori forzati, in alcuni casi magari fuori dal campo, ma erano pur sempre prigionieri in Germania. Per gli uomini che rimasero internati nei campi non cambiò praticamente nulla.

Le aziende e le imprese dove i prigionieri italiani dovevano lavorare accolsero favorevolmente il passaggio allo stato civile. Adesso potevano basare i salari sul rendimento nel lavoro avendo pertanto, rispetto a prima, una maggiore influenza sulle prestazioni dei lavoratori. Soprattutto, ora potevano usare come minaccia l'assegnazione a un campo di lavoro. Per gli internati, lo stato civile fu collegato alla possibilità di uscita, il che fu importante al fine dell'organizzazione dei generi alimentari. Gli internati venivano tuttavia ancora sottoposti ai controlli della Gestapo e di altre autorità.

Circa 45.000 internati militari italiani persero la vita: circa 20.000 nei campi, circa 5.400 nei territori orientali dove operavano le armate, 13.300 durante il naufragio di mezzi di trasporto per prigionieri, altri 6.300 vennero assassinati. Si tratta di circa il 7,5 per cento del totale; il numero effettivo non può essere determinato, ma è probabilmente più alto. Un numero – nel dettaglio - imprecisato di internati militari morì in massacri messi in scena dai seguaci fanatici del nazismo nella sua fase finale, in posti come Pothoff, Unterlüß, Liebenau, Hildesheim, Kassel e Treuenbrietzen.

Oggi il governo considera inefficace questa rettifica di status del 1944, basandosi su una discutibile perizia giuridica di favore. Il risultato è che circa 100.000 sopravvissuti continuano ad essere considerati prigionieri di guerra e restano così, come tutti i prigionieri di guerra, esclusi dai risarcimenti previsti dalla legge germanica. Dinanzi ai tribunali di Berlino, gli interessati contestano la negazione degli indennizzi che erano stati loro inizialmente promessi [5].

Nella memoria pubblica, in Germania come in Italia, gli IMI sono oggi quasi dimenticati.

Il lavoro forzato a Gelsenkirchen

Liste des Arbeitsamtes Gelsenkirchen, darin aufgeführt das Arbeitskommando 1326 Elenco degli uffici di collocamento a Gelsenkirchen, con in evidenza la squadra di lavoro (Arbeitskommando) 1326

Amedeo Mentrelli fu impiegato nella Officina Orange (Werk Orange) a Gelsenkirchen. Un ulteriore accenno da un diario: Campo 1326, Gelsenkirchen. La Dortmunder-Union-Brückenbau AG (Officina Orange) [6] mantenne dei propri alloggi per i suoi lavoratori forzati. All'indirizzo Im Stadthafen 81 (sito dell'officina) furono collocati, accanto a 68 italiani (IMI) e 53 prigionieri di guerra francesi, 26 “lavoratori dell'Est" russi, tra cui 11 donne, una “lavoratrice dell'Est” ucraina, 17 serbi, 15 croati, 5 bulgari e 2 polacchi, e poi ancora altri cosiddetti "lavoratori occidentali" (“Westarbeiter”): 99 francesi, 13 olandesi e 11 belgi. Altri 164 internati militari italiani trovarono posto presso la Dortmund-Union-Brückenbau AG, presso la Bismarckschule in Caubstrasse 25 [7].

Werk Orange im Gelsenkirchener Stadthafen, September 1944

Area contrassegnata: Siti della Dortmunder Union Brückenbau AG, Officina Orange (Werk Orange) presso il porto industriale di Gelsenkirchen. La parte superiore dell'area contrassegnata è il campo di lavoro forzato, nel centro uno stagno a scopo antincendio (veduta aerea 1944/12/09)

Halle auf dem Werksgelände von Orange

Capannone presso la sede della Dortmunder Union Brückenbau AG. Sullo sfondo si riconosce la torre della chiesa protestante di Hessler

Dieses Foto zeigt die o.g. Halle von Innen, hier mußte Amedeo Mentrelli Zwangsarbeit verrichten

Questa foto mostra il capannone sopraccitato dall'interno. Qui Amedeo Mentrelli doveva, assieme ad altri internati, svolgere il lavoro forzato

Brani tratti dal diario di Amedeo Mentrelli

Amedeo führte TagebuchIl diario di Amedeo Mentrelli; Matricola 62110, Campo 1326, Gelsenkirchen

15.3.1945 Come sempre nelle ore! Anche oggi nella giornata provo come sempre, soprattutto nelle ore trascorse nel rifugio, tale sensazione indescrivibile. Quando tutto in un tratto si sente qualche sgancio, mi sento prendere la mano, malgrado che la tenessi sotto il mio pastrano e qualcuno si mette a cantare una canzone, vecchia ma molto bella, la sua melodia non si dimentica e le sue parole sono piaciute a tutti. A questo punto voglio fermare il mio pensiero per poter fare qualche appunto per poi guardare quando avrò una certa età, ma anche per tutti, per impedire queste cose.

Vorrei descrivere come siamo composti in questa piccola baracca. Siamo in sette, ognuno abbiamo un carattere e un sentimento diverso e per quanto egoisticamente, in confronto ai miei amici sono diverso da loro tutti. Tutt’ora che tengo 34 anni, il mio spirito e morale è al pari di loro. Spesso il pensiero è su, alla persona lontana e cara come la mia vita, alle sue lunghe lettere, al poco che abbiamo vissuto e conosciuto, sperando che finisca presto per riprendere quella felicità. Come uomo ho fatto tanti passi e cercato di tenere lontano il troppo distacco che c’era e che divide tra noi. Penso anche alle ore belle trascorse in compagnia e il pensiero va sempre così lontano e non so spiegarmi, per tanto che cerco di impegnarmi, ma ogni cosa che faccio e che abbia pure soddisfazione ma nulla mi fa passare dalla mente, oggi più che mai mi sento il grande desiderio di essere vicino a te. Oggi solo nella mia baracca mentre tutti sono al rifugio guardai le foto, ti ho visto sorridere e mi sembra che mi dicessi come al solito, come quando mi contraddici: Amedeo perché non mangi, non guardare a me se io non mangio, quando sono vicino a te non so altro che guardare e pensare che partirai e andrai lontano, a come siamo felici, vorrei essere sempre vicini così.

In questo periodo che sto trascorrendo in terra di Germania tante cose ho passato e ho visto. Il primo periodo, i primi mesi, li passai alla fabbrica di Benzina dove lavoravo al montaggio dei (gasogini ?). Le ore erano lunghe e pesanti, ma con tanta rassegnazione affrontai ogni disagio. Il pranzo consisteva in una gamella di cavoli acidi o pure rape, il pane era 300 grammi, il lavoro era troppo duro tra il freddo, ma ero abituato. Tutto il contrario di quello che facevo in prigionia. Quelle ore erano dure e faticose, ma ero sempre armato di forza e di coraggio. Veramente questo soggiorno seppi affrontarlo con sangue freddo, e con diversi amici abbiamo migliorato le nostre condizioni e appunto ora ci siamo sistemati magnificamente in una piccola baracca dove io e un altro compagno d’armi, o di sventura, collaboriamo a vicenda. Qualche lavoretto ci riesce discreto, ma la soddisfazione di lavoro è nulla, certo che nessuno dice snell e……..(parole indecifrabili).

Come sempre nelle mie cose vorrei principiare e finire, ma non ci sono mai riuscito. Parto sempre con il cuore rivolto ad un pensiero fisso di perdere ogni mio pensiero di affetto e di ricordare qualche data incisa su piccoli fatti nel breve soggiorno della licenza del 2.3.43. Il 31.1.1944 ebbi la prima lettera da Lidia che portava la data del 30.11.43….

[...di seguito sono state trascritte alcune lettere scritte da Lidia, dalla sorella (7.7.44 e 10.10.44), dalla nipote (17.1.44), da un amico Nerio, giovane Ufficiale, prigioniero in Africa (23.4.1943 XXI), da un commilitone Ventisette Ivan (11.2.44)]

19.3.1945 Alle ore 4,22 - grande bombardamento su varie fabbriche fra la quale pure la nostra che prese una grossa bomba nel rifugio. Rimasti feriti due russi. Questi pochi minuti che subiamo il bombardamento sono molto neri, oggi giornata molto quieta, è piena di avvenimenti. Speriamo solo che finisca presto.

Ordini e contro ordini, così la partenza è rimandata, in queste poche ore ho assistito a scene indescrivibili, ho visto qualche nascondiglio, che per la guerra che abbiamo in corso, ora è niente, ma questa povera gente pure di essere liberi tentano la sorte mettendo la vita contro la morte, a quante angosce ho assistito in queste poche ore che sembrava che si partisse.

Tra gli esclusi dalla partenza c’ero io e il calzolaio e un addetto ai cavalli. La moglie del calzolaio era tra le partenze, ma lei tutto ad un tratto si butta dentro una casa diroccata aspettando poi la liberazione. Poi tutto il contrario, tutte le donne restano e noi tutti si parte e il posto della calzolaia l’occupa il marito!

30 marzo 1945 – partenza di tutti, dopo circa 4 Km di strada ci siamo dati alla fuga, per circa 4 sigarette quello addetto a noi ci ha lasciati liberi. La prima volta dalla fuga c’era un poliziotto che ci vide e cominciò a chiamarci , appena si accorse che c’ero io e i miei amici ci guardò con un sorriso e le lacrime agli occhi e disse: Ah siete voi! E tornò indietro molto mortificato. Questo poliziotto ci ha sempre voluto bene, quante volte andai a casa sua a mangiare. Per Natale ebbe la sfortuna di morirci un figlio in guerra, appena 18 anni. Da noi ebbe i primi conforti di condoglianze.

La nostra partenza ha lasciato il più profondo dolore da parte delle donne. Ogni sera si ballava, in questa baracca eravamo in 6 amici, si suonava la chitarra e il mandolino così si manteneva un’allegria grande, noi come cariche speciali si aveva di tutto, ogni ben di Dio si aveva, perciò eravamo allegri, il mondo si pigliava molto bene.

Tutte le donne ci baciavano con le lacrime agli occhi.

Abbiamo poi raggiunto questo posto per mezzo del nostro amico (Marinoni?) che per 13 mesi ha prestato servizio in questo magazzino, ora siamo nelle scuole tra donne Russe . Si dorme tutti nella stessa stanza. Come prima notte dalle 8 alle 7 del mattino, causa il fuoco d’artiglieria, per dormire si tirò avanti alla meglio. L’Artiglieria tutta notte sparò sopra alla fabbrica dove per 18 mesi ho prestato servizio, qui si dice che siamo accerchiati. Domani Pasqua, 1° aprile 1945. Mentre sto scrivendo sono le 12 e 15 minuti e si sentono grandi raffiche di mitragliatrice e si odono voci che hanno visto diversi soldati in ritirata senza fucile, con volti stanchi e mal vestiti.

1.4.1945 Pasqua. Oggi giornata molto bella, il fronte si trova a circa 3km, si sente grande sparatoria di fucili e mitraglia. Giornata molto bella e allegra, per diverse ore abbiamo sistemato una stufa, si cucinò carne e patate. Nel frattempo c’erano pure 2 signorine, si tenne grande conversazione e si guardò le foto, malgrado il tedesco non si sappia parlare, ma qualche risata si fece. Di queste due signorine Russe, una era incinta, il suo marito era scappato dalle carceri in questi giorni del fracasso, l’altra un tipo bello, ma quasi ambiziosa della sua bellezza, di nome Catia. Alle 3 si pranzò con molta allegria, dopo si fece conversazione con chitarra e canto, però questa cantina non è troppo sicura. Qui siamo quasi capitalisti, nulla per il mangiare ci manca.

Alle 7 di sera tutto in un tratto un russo entrò e disse Correte in strada ci sono gli Americani. Tutti si corse senza pensare che fosse un pesce d’Aprile. Dopo insieme al camerata (Luzzara, Lughera?) siamo andati su alla casa che per la sua altezza sembrava un piccolo osservatorio. Si vede il fronte benissimo. Tra queste macerie si trovò un crocefisso in parte era rotto, si mise appoggiato su ai travi e si recitarono le preghiere, rammentando il passato e i nostri cari lontani. Di nuovo alla sera si riprese la solita conversazione con chitarra e diverse signorine si cantavano ritmi allegri e canzoni Russe, Volga Catuscia ecc ...

Il nostro ritrovo è quello che ha dato vita a molti. Tutti corrono qui.

7.4.1945 Dopo lunga attesa alle ore 2 del pomeriggio sono arrivati gli americani in (Sanca March ?). L’attesa di noi tutti per essere liberati era grande. Finalmente si vedono le diverse camionette Americane, di giù hanno piazzato la loro Artiglieria. Si vede già la grande affettuosità, hanno pure offerto sigarette e Biscotti, dopo poche ore si comincia a vedere lo svaligiamento dei magazzini, fra i quali abbiamo pure partecipato noi.

12.4.1945 Siamo andati di nuovo nella nostra fabbrica Orange, che là c’era la concentrazione di tutti.

16.4.1945 I Francesi e i Belgi sono partiti per le loro case. Qui la vita a un tratto quasi signorile, si mangia bene, si passeggia, si balla, così è la vita. Molti Russi durante la giornata si cambiano vestiti due e più volte.


Amedeo Mentrelli 1946 L'ultima foto di Amedeo Mentrelli, 1946



Amedeo Mentrelli ritornò in Italia, a Ferrara, il 24 agosto 1945. Il 2 ottobre 1945 Amedeo sposò Lidia e il 6 agosto 1946 nacque loro figlio Aurelio.

Amedeo Mentrelli morì a Ferrara all'età di 35 anni, il 25 agosto 1946, quasi esattamente un anno dopo il suo ritorno dalla Germania, a causa delle conseguenze della denutrizione subita durante la prigionia tedesca. Dopo la morte di Amedeo, Lidia tornò nella sua città natale, Forlì, dove è morta nel 2004.

Foto e documenti – ove non diversamente specificato – lasciati da Amedeo Mentrelli, pubblicati con il consenso della famiglia. Tutti i diritti riservati.

Fonti:
Lista ufficio di collocamento: StA Gelsenkirchen.
Veduta aerea del porto della città di Gelsenkirchen: Air Photo Library, University of Keele, Regno Unito.
1: Cfr. Gerhard Schreiber, “Die Italienischen Militärinternierten Im Deutschen Machtbereich 1943-1945, verraten,verachtet,vergessen”, Oldenourg, 1990 (Beiträge zur Militärgeschichte, Bd. 28); Organisation des Kriegsgefangenenwesens der Wehrmacht [pubblicazione italiana: Gerhard Schreiber ”I militari italiani internati”, Stato Maggiore dell'esercito, Ufficio storico; Roma, 1992], pag. 297 e segg. dell'edizione tedesca dell'opera.
2: La maggior parte dei membri dei Landesschützen-Battaglione (Battaglione-fucilieri). A Gelsenkirchen furono impiegate le compagnie dei Battaglioni 471 e 871 per la guardia nei campi di lavoro forzato e negli alloggi.
3 Cfr. Gerhard Schreiber, “Die Italienischen Militärinternierten Im Deutschen Machtbereich 1943-1945”; Die Zeit der Kriegsgefangenschaft, ebda. [pubblicazione italiana: Gerhard Schreiber ”I militari italiani internati”, Stato Maggiore dell'esercito, Ufficio storico; Roma, 1992], pag. 339 e segg. dell'edizione tedesca dell'opera.
4: Cfr. Gerhard Schreiber, “Die Italienischen Militärinternierten Im Deutschen Machtbereich 1943-1945”; Statuswechsel im Sommer 1944, ebda. [pubblicazione italiana: Gerhard Schreiber ”I militari italiani internati”, Stato Maggiore dell'esercito, Ufficio storico; Roma, 1992], pag. 431 e segg. dell'edizione tedesca dell'opera.
5: Cfr. http://www.berliner-geschichtswerkstatt.de/zwangsarbeit/imi-infos.htm Storico #% 20Information (aggiornamento febbraio 2011).
6: Nel 1938 le Officine Orange si affiliarono con la Dortmunder Union Brückenbau AG, entrando perciò nell'associazione delle “acciaierie unite” (Vereinigte Stahlwerke AG).
7: Roland Schlenker, "Ihre Arbeitskraft ist auf das schärfste anzuspannen" Zwangsarbeiter und Zwangsarbeiterlager in Gelsenkirchen 1940-1945, pag. 62 e segg.


Traduzione italiana a cura di Andrea Mentrelli e Martin Goetsch, Giugno 2011

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